Gaya Spolverato. La più giovane primaria in Italia è veneta!
Lei ha svolto un’esperienza di ricerca internazionale presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, qual è la differenza di approccio rispetto alla sanità italiana?
Il mio percorso internazionale è stato un’escalation di apprendimento e sfide, un’immersione in nuove realtà. La prima esperienza americana risale al 2010, quando, ancora studentessa, divenni international medical student al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Lì ho scoperto un mondo scientificamente avanzatissimo e fui ammessa a lavorare in sala operatoria, un privilegio enorme che mi ha permesso di imparare da vicino. È stato in quei sei mesi che ho deciso il mio futuro: mi sarei specializzata in chirurgia per curare il cancro. Successivamente, ho proseguito il mio cammino negli Stati Uniti come Research Fellow alla Johns Hopkins University di Baltimora tra il 2013 e il 2015. Sono stati mesi “gloriosi e meravigliosi”, dove ho studiato e lavorato senza sosta, riuscendo a condurre progetti di ricerca internazionali. Era un ambiente stimolante, dove si valorizzava la ricerca e l’innovazione in modo estremamente meritocratico. Infine, sono tornata al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York tra il 2017 e il 2018, questa volta come Surgical Oncology Fellow nel miglior ospedale oncologico al mondo. L’approccio americano mi ha insegnato una velocità e una fiducia nella scienza e nella tecnica che ho amato, una spinta costante verso la predizione della cura e della sopravvivenza del paziente, l’integrazione tra ricerca e clinica a livelli altissimi. C’è una mentalità più aperta all’innovazione e una maggiore autonomia nel percorso formativo, che mi ha permesso di crescere e di ampliare i miei orizzonti.
Aveva davanti a lei una carriera statunitense molto promettente, cosa l’ha spinta a tornare in Italia?
La decisione di tornare in Italia è stata una delle più difficili e autentiche della mia vita. Ho seguito un’intuizione profonda. Nonostante fossi arrivata all’apice di quello che cercavo professionalmente, sentivo un profondo senso di solitudine. Mi mancava ciò da cui provenivo: la mia famiglia e le mie corse all’alba a casa mia. Ho compreso che stavo inseguendo una sfida con me stessa, una meta sempre più alta, ma che non mi rendeva pienamente felice. Il ritorno è stato dettato da un profondo “senso di restituzione”: ho studiato così tanto, ho cercato così testardamente l’eccellenza, che volevo tornare a fare la differenza da dove ero partita. Desideravo tornare a casa e contribuire al nostro sistema sanitario pubblico, in cui credo fortemente, difendendo il diritto di tutti a essere curati. È stata una scelta di cuore, non meno che professionale, che mi ha permesso di ritrovare quell’equilibrio longitudinale tra le cose della vita.
Come riesce a conciliare famiglia e lavoro?
Conciliare una professione così totalizzante come la chirurgia oncologica, con le responsabilità universitarie e la vita familiare, è una sfida quotidiana che affronto grazie a un fondamentale pilastro: il sostegno della mia famiglia. Sono fortunata ad avere mia madre che si occupa a tempo pieno dei miei bambini, Achille e Adelaide, proprio come mia nonna fece con me. Questo supporto mi permette di dedicarmi con la passione che sento per la mia professione, senza sensi di colpa. Credo che il mio lavoro sia un grande privilegio, potersi prendere cura di una vita umana migliora me e illumina la mia famiglia.
Il Veneto è la sua regione, cosa ama di più?
Il Veneto non è solo la mia regione, è la mia radice più profonda, il punto da cui è partita la mia granitica determinazione e la mia incessante ricerca dell’eccellenza. Amo il senso di appartenenza a questa terra, la cultura del “fare” e dell’abnegazione al lavoro che mi hanno trasmesso i miei genitori, persone semplici con una forza incredibile. Sono tornata qui per un “senso di restituzione” al mio territorio e al sistema sanitario pubblico che mi ha formata. Ciò che amo di più del Veneto è proprio questa combinazione di concretezza, di spirito laborioso, e di una bellezza discreta ma potente. È il luogo dove ho scelto di costruire la mia famiglia, dove desidero lasciare un segno, creando una scuola di eccellenza in chirurgia oncologica, un luogo dove i giovani possano formarsi e poi tornare a far crescere la nostra sanità. È il mio porto sicuro e il mio punto di partenza per ogni nuova sfida.
Lisa Marra
You gained international research experience at the Memorial Sloan Kettering Cancer Center in New York. How does the approach there differ from that in the Italian healthcare system?
My international career has involved a progression of learning and challenges, and has immersed me in new realities. My first experience in the United States dates back to 2010, when I was a student and became an “international medical student” at the Memorial Sloan Kettering Cancer Center in New York. There, I discovered a scientifically advanced world and was given the enormous privilege of working in the operating theatre, which allowed me to learn first-hand. It was during those six months that I decided on my future career: I would specialise in surgical treatment for cancer. I then continued my journey in the United States, working as a research fellow at Johns Hopkins University in Baltimore from 2013 to 2015. Those were ‘glorious and wonderful’ months, during which I studied and worked tirelessly, also managing to carry out international research projects. It was a stimulating environment where research and innovation were extremely meritocratic. Finally, between 2017 and 2018, I returned to the Memorial Sloan Kettering Cancer Center in New York, this time as a Surgical Oncology Fellow at the world’s leading cancer hospital. I loved the American approach, which taught me speed and confidence in science and technology, a constant drive towards predicting patient care and survival, and the integration of research and clinical practice at the highest levels. There is a more open mindset towards innovation and greater autonomy in the training process, which allowed me to grow professionally and broaden my horizons.
You had a very promising career ahead of you in the United States. What made you decide to return to Italy?
Deciding to return to Italy was one of the most difficult and authentic decisions of my life. I followed a deep intuition. Although I had reached the pinnacle of my professional goals, I felt a deep sense of loneliness. I missed my family and my early morning runs at home. I realised that I was chasing a personal challenge, setting myself ever-higher goals, but they did not make me fully happy. My return was driven by a strong desire to give back: Having studied so hard and pursued excellence so relentlessly, I wanted to make a difference where I started out. I wanted to contribute to our public healthcare system, which I strongly believe in and which defends everyone’s right to be cared for. This was a decision made with both my heart and my head, and it has allowed me to rediscover the balance between the different aspects of life.
How do you balance family and work?
Balancing a profession as all-consuming as cancer surgery with university responsibilities and family life is a daily challenge that I face, but I have one fundamental pillar of support: my family. I am blessed to have my mother, who looks after my children, Achille and Adelaide, full-time, just as my grandmother did with me. This support enables me to devote myself to my profession with passion and without guilt. I believe that my work is a great privilege: being able to care for a human life enriches me and my family.
Veneto is your region. What do you love most about it?
Veneto is more than just my region; it is my deepest root, the source of my unwavering determination and relentless pursuit of excellence. I love the sense of belonging to this land and the culture of ‘doing’ and dedication at work that my parents, ordinary people with immense strength, passed on to me. I came back out of a sense of wanting to give something back to my region and the public health system that shaped me. What I love most about Veneto is precisely this combination of practicality, a hard-working spirit, and a discreet yet powerful beauty. I have chosen to build my family here, and I want to leave my mark by creating a centre of excellence in cancer surgery. This will be a place where young people receive training and can then return to help our healthcare system grow. Veneto is my safe haven and the starting point for every new challenge.
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