Il coraggio di non sorridere
È uno dei volti più rappresentativi della nuova generazione di attori.
Un viso d’angelo, quello di Romana Maggiora Vergano, dietro cui si nasconde una donna determinata e audace che, nella vita, non vuole avere rimpianti. Così è nel cinema, dove spazia con disinvoltura tra ruoli diversi e accuratamente scelti che profumano di emancipazione come quello di Marcella, la figlia diciassettenne di Paola Cortellesi in “C’è ancora domani” o Francesca ne “Il tempo che ci vuole” di Cristina Comencini che, nel 2025, le ha fatto guadagnare il Nastro d’Argento.
Tutto questo non basta all’attrice romana, presente quest’anno alla Mostra di Venezia con due progetti: la serie tv “Portobello” (nel 2026 su Hbo Max negli Stati Uniti e in Italia presumibilmente su Sky) di Marco Bellocchio e il film “La valle dei sorrisi” di Paolo Strippoli, favola nera già nelle sale, che le ha insegnato a non bandire il dolore, ma a guardarlo in faccia.
E, magari, abbracciarlo.
Per la terza volta alla Mostra del Cinema…
Pensavo di essere più tranquilla dopo le due partecipazioni precedenti (“Come le tartarughe” nel 2023 e “Il tempo che ci vuole” lo scorso anno) ma non è così. È un po’ come trovarsi in un grande frullatore…
Com’è stata l’esperienza con Bellocchio in “Portobello”?
Un traguardo al quale non speravo neppure di poter ambire. Avevo studiato questo mitico regista alla scuola di cinema seguendolo, poi, da spettatrice. Trovarmi al suo fianco sul set è stata un’emozione enorme.
Cosa ammira maggiormente in lui?
Possiede un’energia particolare e contagiosa, lo sguardo curioso di un bambino che esplora il mondo per la prima volta ed è instancabile: non si ferma neppure per mangiare.
Parliamo del secondo film presentato a Venezia 82: “La valle dei sorrisi”. Come vorrebbe venisse definito?
Un non solo horror. Un film che, dietro la felicità apparente di una comunità in cui sofferenza e tristezza sono tabù, spiega e affronta il dolore.
È un tema che la coinvolge in prima persona?
La necessità di attraversare il tormento interiore è un messaggio che mi affascina perché anch’io, come i protagonisti del film, tendo a celare i miei turbamenti dietro un sorriso. Meglio fare i conti con la sofferenza, guardarla dritta in faccia… e abbracciarla.
C’è un film che ha cambiato il suo sguardo verso la società?
Da figlia dei social direi “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese sull’uso del cellulare e il modo di gestirlo della nostra generazione.
La pellicola, invece, che l’ha fatta innamorare della recitazione?
Il lato positivo − Silver Linings Playbook di David O. Russell.
This is your third time at the Film Festival…
I thought I would be calmer after the previous two times I participated (Come le tartarughe in 2023 and Il tempo che ci vuole last year), but that’s not the case.
It’s a bit like being in a big blender…
What was it like working with Bellocchio on Portobello?
It was an achievement I never even dared to hope for. I studied this legendary director at film school and then followed his work as a spectator. Being at his side on set was an enormous thrill.
What do you admire most about him?
He has a special, contagious energy and the curious gaze of a child exploring the world for the first time. He is also tireless — he doesn’t even take time out to eat!
Now let’s talk about the second film presented at Venice 82: La valle dei sorrisi (The Valley of Smiles). How would you like it to be defined?
Not just as a horror film. I don’t like thrillers, but I agreed to work on Strippoli’s project precisely because it crosses different genres. I would describe it as a film that, beneath the apparent happiness of a community where suffering and sadness are taboo, explores and addresses pain.
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