di Mara Dal Cin
Cortina d’Ampezzo, marzo 2026. Ci sono notti in cui il tempo si riavvolge. Fuori, una fitta nevicata imbianca le Dolomiti; dentro il mitico Vip Club, iconico locale del jet set situato all’interno dell’Hotel Cortina, prestigioso hotel a 5 stelle della holding della famiglia D’Avanzo guidata da Manuel D’Avanzo, va in scena l’eleganza della perla d’Ampezzo. L’occasione è diquelle speciali: una notte magica che ha visto incrociarsi il grande pubblico con i protagonisti e gli ospiti del celebre festival Cortinametraggi di Maddalena Mayneri, tutti riuniti per celebrare il ritorno di Jerry Calà proprio nel tempio in cui fu girato Vacanze di Natale. Fuori dal locale brilla l’originale Innocenti Mini Turbo De Tomaso del film, mentre all’interno, dopo la cena gourmet dello chef Davide Alberti esplode la musica.
Jerry sale sul palco per una cena-spettacolo travolgente, unendo generazioni diverse in un clima meraviglioso. Poco prima dello show, noi di Veneto Magazine lo abbiamo incontrato per un’intervista esclusiva.
Jerry, oltre i riflettori, qual è l’angolo di queste montagne che le dà ancora un senso di appar- tenenza?
Cortina è un pezzo di cuore. Quando da lontano vedo le Dolomiti accendersi del rosa dell’enrosadira, provo una profonda emozione. Amo la pace verso la località Rumerlo a Cortina d’Ampezzo, con vista sulle Tofane, ma non rinuncio mai ai riti di sempre: il Corso e gli aperitivi all’Hotel de la Poste o all’Hotel Cortina. Questa conca ha un’anima che il tempo non scalfisce.
Lei vive a Verona da tantissimo tempo. Come vede l’evoluzione dello spirito veneto oggi?
Nato a Catania, il Veneto mi ha adottato da bambino. A Verona sono cresciuto, ho scoperto l’arte e sono partito con i Gatti di Vicolo Miracolo. Questa terra unisce una tenacia imprenditoriale straordinaria alla fame di cultura, come dimostra l’Arena. Lo spirito degli anni ’80 non è svanito, si è evoluto: c’è ancora una genuinità profonda e un affetto viscerale che il pubblico mi rinnova in ogni live.
Qual è il valore del “lavoro duro” dietro la sua maschera comica?
La comicità è una cosa seria. Spesso in Italia il comico viene considerato quasi di livello inferiore, mentre all’estero ha un ruolo centrale. Far ridere richiede uno studio millimetrico dei tempi e una grande disciplina. I comici bravi sono pochi, perché il vero grande artista, se vuole, sa anche farti piangere.
Nel 2026, che significato dà alla parola “libidine”? C’entra più con la serenità o con il successo?
Oggi “libidine” fa rima con “leggerezza” non superficialità, ma la capacità di volare alti sopra le pesantezze della vita. Oggi è sinonimo di serenità: la gioia di guardare il pubblico negli occhi, un tramonto sulle Dolomiti o una cena in famiglia. Il vero successo è saper ancora ridere di cuore.
In che modo il sostegno della sua famiglia ha influenzato le sue scelte professionali?
La famiglia è il mio porto saldo. Costruita in età matura, la nascita di mio figlio mi ha completamente cambiato e responsabilizzato, ancorandomi ai valori veri. Nel nostro ambiente è facile farsi travolgere dalla frenesia; sapere che a riflettori spenti c’è un abbraccio reale ti permette di affrontare ogni scelta con lucidità.
Cosa spera che resti della sua storia come uomo e cosa vuole trasmettere ai giovani?
Spero rimanga il ricordo di un uomo onesto, che ha amato profondamente il suo pubblico.
Ai giovani dico che non esistono scorciatoie: il talento senza dedizione e rispetto non va da nessuna parte. Vorrei trasmettere loro una forma di resilienza positiva: affrontate la vita col sorriso e restate autentici.
Cosa prova quando vede generazioni diverse cantare insieme a lei? È questa la vera magia del Veneto?
È un’emozione indescrivibile vedere i ventenni di oggi cantare a squarciagola insieme a genitori e nonni. Non è nostalgia, è pura vitalità transgenerazionale. Il live dà una scarica di adrenalina unica. E sì, questa è la magia del Veneto: una terra che custodisce il passato e lo celebra nel presente con una pazzesca voglia di fare festa insieme.