L’abito è un linguaggio
Serena Conti, artista e designer trevigiana con formazione veneziana, esordisce con la collezione Confidenze degli elementi, premiata e presentata anche in Giappone. Collabora a progetti di ricerca e con brand come Pitti Filati, Karl Lagerfeld, John Galliano per Dior e C’N’C Costume National. Specializzata nel denim, diventa una figura di riferimento nel settore, mentre prosegue attività freelance in illustrazione, grafica e scenografia teatrale. Nel 2017 riceve il Denim Gallery Award di New York come miglior designer del settore.
Si è avvicinata da subito al denim o è stato un percorso progressivo?
Il mio legame con il denim è nato per caso, ma ha attecchito all’istante. Dopo l’università sono entrata in uno studio veneziano e in quel laboratorio ho riconosciuto subito il mio posto.
È lì che ho scoperto l’universo dei finissaggi del denim: un vero colpo di fulmine. Animata dal desiderio di “sporcarmi le mani di blu”, mi sono immersa nell’esplorazione di materiali, tecniche e metamorfosi del tessuto, trasformando un incontro fortuito in una passione totalizzante.
Ha collaborato e collabora con le grandi maison di moda, chi l’ha ispirata di più e in cosa lei si differenzia?
Il mio cammino nel denim è nato subito internazionale e le ispirazioni più profonde arrivano da due mondi quasi opposti, che convivono perfettamente nel mio immaginario: da un lato il rigore del minimalismo come quello di Karl Lagerfeld, Maison Margiela, Jil Sander per esempio e dall’altro l’audacia della visione punk come quella di Vivienne Westwood, Alexander McQueen e di creativi come Moschino e Jean Paul Gaultier.
Eppure, dentro di me vive una nota tutta italiana, l’emotività, e se c’è una differenza, è questa: le nostre radici. Un’eredità fatta di bellezza, equilibrio, artigianalità.
Non solo denim, lei è impegnata anche come illustratrice e scenografa teatrale, quali sono i progetti che ha amato di più?
Nella mappa della mia storia professionale un capitolo importante è stato sicuramente quello dei teschi messicani, una parentesi creativa che mi ha dato soddisfazioni enormi. Quei lavori hanno viaggiato, sono stati commissionati da ogni parte del mondo, e mi hanno permesso di sperimentare, crescere e dialogare con un immaginario potente, simbolico e culturalmente ricco.
Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole seguire i suoi passi?
Il consiglio più importante che darei a un giovane è di studiare tanto. La moda può sembrare un mondo leggero, quasi effimero, ma la verità è che è un settore estremamente complesso, che richiede competenze solide e trasversali.
Consiglio poi di studiare ciò che dà significato al nostro settore: la storia, la sociologia, la psicologia, la semiotica. L’abito è un linguaggio che racconta i bisogni, le identità e le trasformazioni della società.
Progetti per il futuro?
È un momento ricco di visione e trasformazione, in cui sto investendo energie e cuore nel mio nuovo progetto: 21CE – Twentyonce.
È un brand che nasce con un obiettivo preciso: vestire in modo consapevole, funzionale e fashion i lavoratori del mondo dei locali, della mixology e della nightlife, un universo che conosco da vicino e che sento estremamente affine.
Mentre, una delle mie battaglie future sarà difendere il valore della creatività umana. Voglio preservare uno spazio in cui l’arte fatta di esperienza, studio, errore e sensibilità continui a essere riconosciuta e rispettata. E, naturalmente, al centro del mio futuro c’è anche la mia dimensione più autentica e importante: essere mamma.
Did you gravitate towards denim straight away, or did it take time?
It was a chance encounter that sparked my interest. After university, I joined a design studio in Venice, which ignited my passion for denim finishing. This led me to delve deeply into techniques and materials, turning that chance encounter into an all-consuming passion that has shaped my identity.
You have collaborated and still collaborate with major fashion houses. Who has inspired you the most, and how do you differentiate yourself?
My denim journey began with an international perspective, drawing inspiration from two contrasting worlds: the rigorous minimalism of Karl Lagerfeld and Maison Margiela, and the punk vision of Vivienne Westwood and Alexander McQueen. Yet I also feel a distinctly Italian note within myself, characterised by emotion, beauty, balance and craftsmanship, qualities that define identity and have the power to leave a lasting mark.
As well as working with denim, you also work as an illustrator and stage designer for theatre. Which projects have you loved the most?
I have loved every single project. If I had to choose, though, the chapter dedicated to Mexican skulls would stand out the most. It had an international resonance and allowed me to grow and engage with powerful, richly layered imagery.
What advice would you give to a young person who wants to follow in your footsteps?
My main piece of advice would be to study extensively, because fashion is an extremely complex field that requires solid, multidisciplinary skills. I would also recommend studying the history, psychology, sociology and semiotics of the industry to gain a better understanding of its roots and design something truly innovative.
