Federico Rampini: Occidente e Oriente, il nuovo equilibrio mondiale - Veneto magazine

Occidente e Oriente: la sfida del nuovo equilibrio mondiale

In questo libro Federico Rampini, giornalista, saggista ed editorialista del Corriere della Sera, racconta la svolta storica che stiamo vivendo e le sue conseguenze per l’Occidente: dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina al ruolo della Russia, fino alla corsa alle tecnologie decisive che ridefinirà gli equilibri globali, sullo sfondo della crisi del modello europeo.

Dott. Rampini, perché gli europei non comprendono l’America e quindi il successo di Trump?
Gli europei tendono a osservare gli Stati Uniti attraverso le lenti delle proprie categorie culturali. Vedono Trump soprattutto come un fenomeno anomalo, populista o persino fascista. In realtà Trump è il prodotto di trasformazioni profonde della società americana: la deindustrializzazione di vaste regioni, la crescita delle diseguaglianze territoriali, la perdita di fiducia nelle élite e la percezione di un declino della classe media. Molti europei continuano a identificare l’America con le coste atlantica e pacifica, con New York, Washington, Boston o San Francisco, mentre Trump rappresenta anche un’altra America: quella delle città industriali in crisi, delle aree rurali e dei lavoratori che si sentono esclusi dalla globalizzazione. Non capire queste fratture significa non capire perché, dopo dieci anni, il fenomeno Trump continui ad avere una base elettorale ampia. Tuttavia, negli ultimi mesi ha subito una forte perdita di consensi.

Come cambierà l’architettura della sicurezza europea a seguito del disimpegno deciso dall’amministrazione Trump e della pressione della Russia?
La tendenza di fondo precede Trump. Già Obama aveva annunciato il “pivot to Asia”, cioè lo spostamento delle priorità strategiche verso il Pacifico e il confronto con la Cina. Trump accelera questo processo e lo rende più esplicito. L’Europa dovrà assumersi una quota crescente della propria difesa. Non significa necessariamente una rottura della Nato, ma una redistribuzione delle responsabilità. La guerra in Ucraina ha mostrato che la minaccia russa rimane concreta, ma ha anche evidenziato la dipendenza europea dalle capacità militari americane. Nei prossimi anni assisteremo probabilmente alla nascita di una difesa europea più robusta, con investimenti comuni, integrazione industriale e maggiore coordinamento strategico. Per molti aspetti sarà la fine di un’eccezione storica: quella di un continente che per ottant’anni ha potuto delegare la propria sicurezza a Washington. Alcuni paesi europei sono più avanti nella presa di coscienza e di responsabilità: Germania, Polonia, Baltici, Scandinavi.

Quali sono le motivazioni per cui la classe dirigente politica italiana non ha recepito l’importanza delle spese militari quali volano per lo sviluppo dell’economia?
In Italia pesa una tradizione culturale che tende a considerare la spesa militare come un costo improduttivo. È una visione che non trova riscontro nella storia economica delle grandi potenze. Molte innovazioni decisive — dall’informatica a internet, dal Gps all’aerospazio — sono nate da investimenti legati alla difesa. Naturalmente non ogni spesa militare genera crescita, ma esiste una stretta relazione tra ricerca avanzata, industria della difesa e innovazione tecnologica. Gli Stati Uniti, Israele e oggi anche la Corea del Sud, l’Ucraina, ne sono esempi evidenti. In un’epoca caratterizzata da competizione geopolitica, cybersicurezza, intelligenza artificiale e tecnologie dual use, la difesa non è più separabile dalla politica industriale. L’Italia dispone di eccellenze importanti ma fatica a inserirle in una visione strategica di lungo periodo.

Come valuta l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, elogiata da Vance, in relazione alle teorie dei tecnocrati della Silicon Valley?
Affronta una delle grandi questioni del nostro tempo: come preservare la centralità della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. È significativo che abbia ricevuto attenzione anche in ambienti apparentemente lontani dal mondo cattolico. I grandi protagonisti della Silicon Valley, da Peter Thiel ad Alex Karp fino a Dario Amodei, condividono tra loro visioni molto diverse, ma tutti riconoscono che l’intelligenza artificiale avrà effetti paragonabili a quelli della rivoluzione industriale.
Il Papa non rifiuta la tecnologia né indulge nel catastrofismo. Invita piuttosto a ricordare che efficienza, velocità e potenza di calcolo non possono sostituire la responsabilità morale, il libero arbitrio e la dignità della persona. È un richiamo che può risultare scomodo tanto agli utopisti della tecnologia quanto ai suoi detrattori. Proprio per questo è interessante.

Qual è la vera sfida tra Occidente e Cina che il diffuso concetto di “scontro di civiltà” impedisce di individuare correttamente?
La sfida non è uno scontro tra culture incompatibili. La Cina non rappresenta una minaccia perché è confuciana, asiatica o diversa dall’Occidente. La competizione riguarda soprattutto il controllo delle tecnologie strategiche, delle catene del valore, delle risorse critiche e delle infrastrutture del XXI secolo. È una gara per la leadership nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nella manifattura avanzata. Ridurre tutto a uno scontro di civiltà significa fraintendere la natura del confronto e rischiare di trasformarlo in una profezia che si autoavvera. La vera domanda è se riusciremo a gestire una competizione durissima senza precipitare in una nuova guerra fredda ideologica. La risposta dipenderà dalla capacità dell’Occidente di innovare, investire e rafforzare la propria coesione interna più che dalla volontà di contenere la Cina. Resta il fatto che il regime autoritario cinese ha comportamenti per noi inaccettabili sui diritti e le libertà.

Why do Europeans fail to understand America and, consequently, Trump’s success?
Trump’s rise reflects deep social and economic transformations in the United States, including deindustrialization, growing regional inequalities, and declining trust in traditional elites. His success stems from giving voice to communities that felt increasingly marginalized.

How will Europe’s security architecture evolve in response to the disengagement pursued by the Trump administration and the pressure exerted by Russia?
As the United States gradually reduces its strategic focus on Europe, European countries are likely to strengthen defense cooperation, increase joint investments, and enhance their collective security capabilities, particularly in response to Russia.

Why has the Italian political leadership failed to recognize the importance of military spending as a driver of economic development?
Defense spending is often viewed in Italy as a cost rather than an investment, despite its historical role in fostering technological innovation and industrial competitiveness in sectors such as cybersecurity and artificial intelligence.

How do you assess Pope Leo XIV’s encyclical Magnifica Humanitas, praised by J.D. Vance, in relation to the ideas promoted by Silicon Valley technocrats?
The encyclical highlights the centrality of the human person in the age of artificial intelligence, emphasizing dignity, freedom, and ethical responsibility alongside technological progress.

What is the real challenge between the West and China that the widespread notion of a “clash of civilizations” fails to identify correctly?
The rivalry between the West and China is primarily technological, economic, and strategic, centered on innovation, critical resources, and global influence rather than cultural differences alone.

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