Parola di Riccardo Pittis - Veneto magazine

Parola di Riccardo Pittis

Riccardo Pittis, classe 1968, è stato uno dei più forti giocatori di basket nel periodo dalla metà degli anni 80 fino ai primi anni 2000. Dal 1993 ha indossato la maglia della Benetton Treviso per 11 stagioni chiudendo la propria carriera nella città veneta e, insieme a Paolo Vazzoler, ha costituito il Consorzio Universo Treviso e contribuito alla rifondazione della società Treviso Basket. Dalla stagione 2005/06 è stato commentatore televisivo per Sky Sport, poi della Rai e, a partire da marzo 2010, è stato anche team manager della Nazionale Italiana di pallacanestro.

Ha scritto un libro “Lasciatemi perdere”: un viaggio nell’extrabasket il cui ricavato è destinato alla Fondazione Città della Speranza, “Non ho mai pensato, né mai voluto fare un libro sulla mia carriera. Volevo scrivere sulla mia vita raccontando qualcosa che potesse essere utile avendo avuto una vita soprattutto nel dopo carriera che sentivo il dovere di raccontare”.

Per arrivare alla vittoria si passa necessariamente dalla sconfitta, nello sport e nella vita. Sì, anche se è difficile da accettare ma è ineluttabile. La sconfitta deve far parte della vita e ve accettata, ammessa, analizzata in un’ottica di crescita personale così come il coming out: tirare fuori la sofferenza alleggerisce anima e vita.

Siamo tutti commossi dall’addio di Roger Federer: come si fa a lasciare lo sport attivo?
È il momento più difficile per qualsiasi atleta: vivi un lutto personale di forte impatto su tutta la tua vita. La mia è stata una decisione anagrafica, poi i messaggi del mio corpo e della mia mente mi hanno fatto capire che dovevo cambiare strada: oggi mi diletto col padel e da mental coach, speaker, in partnership con aziende, trasmetto emozioni con la mia storia per aiutare le persone a crescere.

Il tuo rapporto con una icona del basket come Dino Meneghin?
Dino non solo è stato assieme a Mike (D’Antoni ndr) la figura più importante di tutta la mia carriera per gli insegnamenti che mi ha dato dentro e fuori dal campo, ma soprattutto è un amico con cui tutt’oggi mi sento, rido e scherzo.

Cosa ha rappresentato per te la famiglia Benetton?
È la mia seconda famiglia: hanno creduto in me e ho cercato di restituire attraverso il mio ruolo tutto quello che loro avevano dato a me.

C’è stata una fase in cui sei rimasto coinvolto nel basket, eri il team manager della Nazionale Italiana, poi telecronista e hai dato una grossa mano alla rinascita della nuova Treviso Basket, ma poi c’è stato un momento in cui hai detto faccio altro.
Nella vita c’è tantissimo altro da fare! Ho voluto preservare un bel ricordo di quello che ero stato come giocatore, non voglio svilirlo e soprattutto voglio trovare qualcosa che mi dia soddisfazione.

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