Sette case sette storie​ - Veneto magazine

Sette case sette storie

Filippo Caprioglio, architetto e designer, progetta con il suo studio Caprioglio Architects in Italia e all’estero cimentandosi in progetti di differente scala e tipologia. Tra i diversi premi ricevuti, nel 2021 vince il “Luxury Lifestyle Award” per la “Casa più bella d’Italia” e riceve la nomination “Architetto dell’anno” per il progetto Spazio Berlendis aVenezia.

Perché sei diventato architetto?

Perché la possibilità che una tua idea diventi tridimensionale mi ha sempre fatto impazzire. Ma credo sia stata anche una naturale conseguenza del mio essere curioso, aperto al contatto con gli altri – l’aspetto relazionale è molto importante nel mio lavoro. Traggo ispirazione dalle persone. Certo, non sempre, ma cerco comunque di mettermi in una condizione di ascolto, perché sono convinto che ogni progetto racchiuda una storia. 

Che tipo sei nel tuo lavoro?

Ho sempre progettato per le persone. Non sono un accademico, nonostante siano più di vent’anni che insegno all’università. Tutt’altro, sono proprio un architetto del fare, nel senso che devo capire, conoscere i materiali, sperimentarne di nuovi. Faccio ricerca, sono molto esigente con me stesso, non mi accontento. È un lavoro senza orari, dormo poco e spesso la notte è un momento di ispirazione. Ho sviluppato una grande disciplina sotto molti aspetti, ma senza mai ingabbiare il processo creativo e la passione. 

Hai avuto dei maestri?

Ci sono più figure a cui mi sono ispirato, proprio per quella curiosità di cui parlavo prima. Alcune di queste ho avuto la fortuna di frequentarle, altre sono un po’ delle icone. Renzo Piano per esempio: a livello culturale e di approccio all’architettura lui per me è un’icona, anche se io non farò mai un edificio alla Renzo Piano. Uno in cui mi ritrovo tantissimo invece, per uso della forma e della luce, talento ed eclettismo, è l’americano Steven Holl. Un altro che per me ha un approccio veramente eccezionale è Wang Shu, che ho conosciuto nel 2016 quando lui – primo architetto cinese a vincere il premio Pritzker – mi ha invitato a tenere un seminario alla Scuola di Architettura della China Academy of Art a Hangzhou, di cui è preside. Poi ci sono due architetti giapponesi che mi affascinano molto: uno è Shigeru Ban e l’altro è Kengo Kuma, che ho conosciuto all’ambasciata giapponese quando vivevo a Washington. I giapponesi hanno una gentilezza, un’armonia e una leggerezza che si rispecchiano molto nell’uso dei materiali e nel modo di gestire lo spazio. E queste sono sicuramente delle componenti che anch’io cerco di portare nei progetti – l’armonia e la leggerezza. Sulla mia scrivania c’è il libro Lezioni americane di Italo Calvino, di cui consiglio sempre la lettura del capitolo relativo alla leggerezza: ti apre un mondo. Non posso poi non citare Carlo Scarpa, di cui ho sempre guardato con attenzione la cura dei dettagli e la maestria nel trattare i materiali. Un altro architetto che ha influenzato il mio percorso è Richard Meier, a cui sono arrivato attraverso mio padre, il quale non mi ha condizionato tanto a livello di architettura ma è stato soprattutto un mentore, insegnandomi la disciplina e l’onestà dell’architetto nel non tradire il suo linguaggio. Tornando a Meier, lui è un po’ il figlio in chiave americana di quel razionalismo in architettura che ho studiato alla Syracuse University con il mio professore di master, Tom Schumacher, autore di libri e saggi di grande spessore, mancato qualche anno fa. L’ultima figura per me molto rilevante è stata quella di Joel Bostick, l’altro mio professore di master che però, a differenza di Schumacher – che era un teorico –, era un pragmatico dell’architettura, con una passione e una capacità di far capire i meccanismi costruttivi di un edificio che non ho trovato in nessuno. È stato lui a farmi da sponsor per il mio primo posto di docenza negli Stati Uniti.

Ci sono state altre tue esperienze che si sono inserite in quella dell’architetto?

Una cosa che indubbiamente mi ha segnato è lo sport. Ho sempre fatto uno sport di squadra e uno individuale: quello di squadra è la pallacanestro, quello individuale è lo sci, di cui sono anche maestro. Ma per venire alla tua domanda, credo che sia come la differenza che c’è tra “essere” architetto e “fare” architettura. Quando sei architetto lo sei sempre, perciò qualsiasi cosa può rientrare nell’architettura. Il cinema per esempio: i film sono fonte di ispirazione totale per i miei progetti. Per non parlare della musica. In macchina ne ascolto sempre tanta, mi porta a pensare a edifici, elementi, materiali. Anche quando scio faccio lo stesso: guardo il paesaggio e mi immagino come gestirei un’architettura tra quelle montagne. Non so se questo sia un limite, una condanna o la cosa più bella del mondo, sta di fatto che non riesco a staccarmi dal pensiero architettonico. L’architettura è ovunque.

Alessia Delisi

caprioglio.com

Filippo Caprioglio, architect and designer, develops projects of different scales and types with his studio Caprioglio Architects in Italy and abroad. In 2021 he won the “Luxury Lifestyle Award” for the “Most Beautiful House in Italy” and he was nominated for “Architect of the Year” for the Spazio Berlendis project in Venice.

Why did you become an architect?

Because the chance for an idea to become three-dimensional has always driven me crazy. But I think it was also a natural result of my being curious, open to contact with others – the relational aspect is very important in my work. I draw inspiration from people. Of course, not always, but I still try to put myself in a listening condition, because I am convinced that every project encloses a story. 

What are you like in your work?

I have always designed for people. I am not an academic, although I have been teaching at university for more than 20 years. On the contrary, I am really an architect of doing, in the sense that I have to understand, to know materials, to experiment with new ones. I do research, I am very demanding with myself, I am not easily satisfied. It is a job with no schedule, I sleep very little, and I often use the night as a moment of inspiration. I have developed great discipline in many aspects, but without ever caging the creative process and passion. 

Have you had any masters?

There are several people I have been inspired by, precisely because of that very curiosity I mentioned earlier. Some of them I have been lucky enough to be around, others are a bit of icons. Renzo Piano for example: on a cultural level and in terms of approach to architecture he is such an icon for me, even though I will never do a Renzo Piano building. One in whom I can identify a lot instead, for his use of form and light, talent, and eclecticism, is the American Steven Holl. Another one who has a truly exceptional approach for me is Wang Shu, whom I met in 2016 when he – the first Chinese architect to win the Pritzker Prize – invited me to hold a seminar at the School of Architecture of the China Academy of Art in Hangzhou, of which he is the dean. Then there are two Japanese architects who fascinate me a lot: one is Shigeru Ban and the other is Kengo Kuma, whom I met at the Japanese Embassy when I lived in Washington. The Japanese have a gentleness, harmony and lightness that is very much reflected in their use of materials and in the way they handle space. And these are components that I also try to bring into projects – harmony and lightness. On my desk there is the book Lezioni americane by Italo Calvino, whose chapter on lightness I always recommend reading: it opens up a world. Then I cannot fail to mention Carlo Scarpa, whose attention to details and mastery in dealing with materials is something I have always paid attention to. Another architect who has influenced my path is Richard Meier, whom I arrived at through my father, although he did not condition me so much at the level of architecture but was above all a mentor, teaching me the discipline and honesty required of an architect in order not to betray his language. Returning to Meier, he is somewhat the son in American terms of that rationalism in architecture that I studied at Syracuse University with my master’s professor, Tom Schumacher, author of books and essays of great depth, who also passed away a few years ago. The last figure that was very relevant to me was Joel Bostick, my other master’s professor who, however, unlike Schumacher – who was a theorist – was a architectural pragmatist, with a passion and an ability to make people understand the construction mechanisms of a building that I have not found in any one else. He was the one who sponsored me for my first teaching position in the United States.

Have there been any other experiences of yours that have fitted into your work as an architect?

One thing that has undoubtedly marked me is sport. I have always played a team sport and an individual sport: the team one is basketball, the individual one is skiing, of which I am also a teacher. But to come to your question, I think it’s like the difference between ‘being’ an architect and ‘doing’ architecture. When you are an architect, you are always an architect, so anything can be architecture. Cinema for example: films are a total inspiration for my projects. Not to mention music. I always listen to a lot of it in the car, it leads me to think about buildings, elements, materials. Even when I am skiing, I do the same: I look at the landscape and imagine how I would manage an architectural project in those mountains. I don’t know if this is a limitation, a curse or the most beautiful thing in the world, the fact is that I cannot detach myself from architectural thinking. 

Architecture is everywhere.

Alessia Delisi

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